Pensieri in prima classe

Tutto quello su cui avrei sempre voluto riflettere... e che ho sempre avuto la pigrizia di non fare
mercoledì, 13 agosto 2008

We’re back (down in the farm)

A parziale conclusione di un periodo in cui a casa mia per un motivo o per l’altro si respirava adrenalina pura, sono riuscito a partire per un viaggettino di 5gg per Vienna.

Ci sono tanti modi per descrivere un posto, specie se è grosso e se è bello; ma è inutile dirvi quello che tutti potrebbero dirvi o quello che vedreste subito da soli, quindi vi dirò quello che ho visto io oltre al resto.

Vienna è una splendida città, i monumenti e le cose più imponenti sono raccolte nel centro storico, e il centro storico è dominato dal duomo di santo stefano.

Dovete sapere che ci sono 6 linee di metro che collegano abbastanza bene tutto ma proprio tutto: le fermate sono pulite, in quella del quartiere dei musei ci sono riproduzioni di opere d’arte, dove si poteva si è cercato si salvare la struttura originale senza fissarsi per farle tutte uguali. Ovviamente si spende sempre un minuto buono per cercare di essere sicuri della direzione, ma una volta che hai imparato è routine. A proposito, in metro sono tutti tranquilli e silenziosi, ma non sono razzisti con i caciaroni come potresti immaginare, semplicemente non è nel loro stile.

Esci dalla fermata della metro segnalata con un enorme dadone azzurro con sopra una U, ti giri e vedi il duomo di santo stefano.

Voi starete pensando: “e grazie, se scendi alla fermata del duomo vedi il duomo per forza, altrove vedrai un’altra cosa”.

No, non mi sono spiegato.

Esci da una qualunque fermata di una qualunque linea di metro, e la prima cosa che vedi è sempre il duomo.

Dopo 5gg, ho iniziato a pensare che quel benedetto duomo avesse le gambe.

Giuro, stava giocando a nascondino con noi: prendi, ti ficchi in metro, scappi, esci, ti giri e… Settete! Ti ritrovi sempre il duomo dietro, da qualche parte in lontananza.

Questo è quello che intendo per una città raccolta: raccolta intorno al duomo.

Le distanze sono piccole, insomma; ma le cose da vedere sono tantissime.

Vienna, meglio conosciuta come casa Asburgo, ha palazzi uno più bello dell’altro: e prendetevi una giornata intera per vedere le regge imperiali, non lasciatevi ingannare dalle previsioni dei giri rapidi per turisti di fretta, che alla fine di Schönbrunn e del Belvedere c’era una fossa comune piena di giapponesi stremati -neanche loro ce l’hanno fatta, inutile ammazzarsi -.

Non stupitevi se vedete gente mezza nuda che fa jogging nei parchi imperiali a ore improponibili tipo le 3 di pomeriggio, va tutto bene.

Se proprio non ci state capendo una mazza della città, andate da Mario, al punto informazioni che sta sotto la metro di Westbahnhof: è italiano e senza di lui non avremmo preso l’aereo al ritorno. E salutatelo a nome mio, ok?

E già che state lì, fermatevi al supermercato piccolo con l’insegna rossa che sta attaccato al punto informazioni, e guardate bene gli scaffali: troverete dei muffin enormi, una cosa che devi reggere a due mani, ripieni di nutella. Colazione spettacolare.

 

Ora sono impegnato con la tesi che mi minaccia di portarmi via troppo del tempo libero che vorrei per smaltire lo stress di questo anno stra movimentato, ma spero di farcela in fretta.

Intanto vi auguro ancora buone vacanze, sappiate che mi mancate non poco :)

postato da Mechanikwing alle ore 14:10 | link | commenti (9)
categorie: colori, compagnia
venerdì, 11 luglio 2008

Va bene, va bene...

I più sagaci tra voi se ne saranno accorti, ma a scanso di equivoci lo dichiaro ufficialmente:

Si sta svolgendo, senza esclusione di colpi, la lotta titanica tra il vostro idolo Mechanikwing VS la Tesi di biennio specialistico.

Per ora vince lei, decisamente. In breve, va più veloce la costruzione della TAV che la my tesi.

La dovrei consegnare tra una settimanella, ma la verità è che neanche satana è disposto a fare un patto così assurdo (ho provato, ormai tutte le volte che lo chiamo lascia la segreteria telefonica perchè ha paura delle mie richieste impossibili).

Ergo signori & signore io modestamente mi darei per qualche giorno.

Gli infedeli più molesti staranno protestando perchè in fondo mi sono già dato per ben più di qualche giorno, quindi cerco di quantificare con un minimo di precisione: diciamo fino al 20 sicuro.

Ok: ora, e solo ora, potete urlare "sti cazzi" a gran voce :P

P.S. Se lo urlate troppo forte state attenti, potrei passare x il vostro blog & vandalizzarlo.

Forza gente, buon weekend e buona fortuna a tutti!

 

postato da Mechanikwing alle ore 21:54 | link | commenti (24)
categorie: semplicitĂ , valore
sabato, 21 giugno 2008

Tempo di premi

Bene gente, direi che con mostruoso ritardo posso iniziare a parlare di premi!

Intanto, linko il regolamento del premio 10 e lode creato da Gianluca.

 

Poi, ringrazio Thirrin per avermi dato il premio (motivazione per i suoi premiati: perché allogiano quotidianamente (o almeno quando è loro possibile) alla locanda e condividono le mie follie e le mie cretinate, perché sanno trovare sempre il modo di tirarmi su quando sono giù ( e fortunatamente non il contrario), perché quasi sempre sono capaci di farmi ridere fino alle lacrime e perché sono persone eccezionali che, dall'apertura della locanda, mi hanno donato parte di loro prendendosi dolcemente parte di me.”).

 

Poi, ringrazio anche Kiachan per avermi dato lo stesso premio (lo stupore & la gratitudine salgono assai ^^); motivazione per i suoi premiati, “perchè i loro blog li seguo con piacere, per il contenuto dei post che mi hanno fatto a volte ridere altre volte riflettere, e per la simpatia che si è creata nel tempo.”

 

Poi, assegno i miei; è una cosa lunga gente, mettetevi comodi.

Aranciogiallo: perché è la quiete in mezzo alla tempesta;

Imp.Bianco: perché ha tanta voglia di fare e riesce a sopportarmi da diversi mesi (e penso che anche a distanza l’impresa sia notevole ^^)

Ilaria/Ilottola: perché sa essere incredibilmente cazzeggiona ma anche riflessiva, insomma non le manca niente! (NdM: per evitare di essere influenzato da una razione dei suoi dolci buonissimi, ho evitato accuratamente di passare per il suo blog mentre scrivevo la motivazione. Mmmm, a pensarci già sbavo…)

Kiachan: perché anche quando racconta le sue preoccupazioni/imprese scolastiche riesce a non farla diventare mai una tragedia e riesce comunque a farmi sorridere! (daje sorella, ci siamo quasi!)

LiciaL: perché è incredibilmente socievole… e tifa spudoratamente per me nella guerra contro la regina Thirrin :P

Mora88: perché perde la speranza che la vita sia bella solo una volta ogni 100 anni

SylverTrinity: perché sa essere molto comunicativa qualunque cosa scriva, sia racconti che esperienze di vita vissuta

Tania_01: perché scrive bene, e se il Destino le fa un brutto tiro, non esita a denunciarlo al sindacato dei bloggers e a volerlo morto! :P

Thirrin: perché mi fa morire dalle risate quando ci si mette, riesce a tenere i contatti anche con i dispersi come me e ha molte brillanti idee, scrittura in testa

Valberici: perché è un mentore nell’arte di essere sempre e comunque poliedrici

Viovy: perché riesce a mettere insieme uno stile pacato con le emozioni

Ylunio: perché è intimista e mai banale

 

I (pochi) non nominati sono dovuti agli scarsi contatti, colpa mia per lo più.

 

Ciao gente!

 

 

 

 

postato da Mechanikwing alle ore 10:18 | link | commenti (18)
categorie: compagnia, vittorie
martedì, 10 giugno 2008

Come si rimane giovani col cervello, parte I

Immaginate una storia, una qualunque: può essere un romanzo, una fiaba, una puntata di Un posto al sole… quello che vi pare.

Quali sono i due elementi indispensabili per avere una storia?

Primo, i protagonisti, perché se non c’è nessuno non c’è niente da vedere; secondo, gli eventi, perché se i protagonisti non devono fare niente di niente che storia è? Sarebbe un quadro fermo.

Chi racconta la storia deve fare bene il suo lavoro.

Riguardo ai protagonisti significa renderli interessanti magari già per il nome, per le loro abilità che vi stupiscono, per il loro carattere o anche solo perché hanno un tic strano…Insomma renderli qualcuno di cui vorreste sapere di più.

Riguardo agli eventi significa renderli interessanti perché magari sono situazioni in cui semplicemente qualcosa non quadra, o perché qualcosa di inquietante riemerge dal passato di un protagonista, o un antico nemico potentissimo torna a perseguitare tutti, ci sono dei pericoli imminenti, dei frenetici colpi di scena… Insomma renderli qualcosa che dovete sapere come va a finire sennò state male!

Se ha fatto bene il suo lavoro quindi la domanda sarà “Cosa succederà ora?”, oppure nella versione più fantasy “Cosa faranno i nostri eroi?”

Dopo di che il narratore intreccia i due fili (appunto si chiama trama), protagonisti ed eventi, e da lì è un botta e risposta e la storia si dipana fino alla fine.

La differenza fondamentale tra una storia raccontata da un narratore e una partita di giochi di ruolo, è che il Narratore (o Master) gestisce solo gli eventi, mentre gli altri giocatori gestiscono i protagonisti.

Come?

Primo, ci si mette d’accordo sull’ambientazione in cui si svolge la partita (qualcosa di fantasy o di moderno o fantascienza, ce n’è per tutti), e il Narratore si occupa della creazione/gestione del mondo, con tutta la gente e gli eventi, sia quelli che influenzano i protagonisti sia quelli che rimangono sullo sfondo.

Poi, i giocatori creano il loro personaggio: le caratteristiche fisiche sono decise dalla sorte ovvero dai dadi (sennò ce lo sceglieremmo tutti perfetto), mentre il resto (carattere, essere buoni o cattivi, conoscenze e abilità) viene deciso dai giocatori stessi che appuntano tutto su un foglio.

Quel foglio è il loro copione, perché è in base a quello dovranno interpretare il ruolo del loro personaggio nelle varie peripezie che si troverà ad affrontare: una buona regola è “non pensare a cosa faresti tu giocatore in quella situazione che il narratore ti sta descrivendo, ma pensa a cosa farebbe il tuo personaggio (con le sue conoscenze, carattere e possibilità)”; più ci provate più l’atmosfera sarà coinvolgente e divertente.

Fossi in voi infedeli mi domanderei questo: ma se il Master gestisce tutto il resto del mondo, persone ed eventi compresi, e in pratica è Dio, noi giocatori che ci stiamo a fare?

È vero, il master in teoria può fare tutto: se nel mondo ci sono i vostri personaggi e altri 6 miliardi di persone, potrebbe aizzarle tutte contro i vostri eroi; potrebbe farvi aprire la terra sotto ai piedi e ammazzarvi mentre dormite, ecc…

Ma il principio del gioco è quello di una certa parità tra lui e i giocatori (principio “anti-marionette” ovvero i giocatori non sono delle cavie, NdM): il master di regola non “muove” i personaggi dei giocatori, e muove tutto il resto del mondo in modo imparziale.

Che vuol dire imparziale?

L’obiettivo del master non è ammazzare i giocatori (anche se spesso può essere sorpreso a sghignazzare con aria sadica), ma fornire loro ottimi spunti per cacciarsi nei guai, creare avventure e sfide che siano affrontabili dal gruppo di eroi, anche se non senza rischi seri (sennò che gesta eroiche sarebbero?).

Abbiamo gli eroi, il mondo in cui vivono, e la garanzia che non verranno ammazzati senza poter fare niente; ma esattamente come succedono le cose? Come si gioca?

I giocatori, seduti intorno a un tavolo, sanno che i loro personaggi vivono in un mondo del quale il master fornisce i dettagli che i personaggi possono conoscere; sanno più precisamente dov’è il loro personaggio, e anche qui il master descrive quello che il personaggio vede o sente, come se fosse i suoi 5 sensi (un personaggio onnisciente non correrebbe mai pericoli, ecco perché è solo il master a gestire il mondo e a descriverlo ai giocatori). Tra i dettagli che il master fornisce ai giocatori, di regola c’è anche qualche spunto per iniziare qualcosa di (a volte incredibilmente) rischioso.

Esempio: un giocatore ha deciso che il suo eroe entra in una taverna per bere qualcosa.

Master, rivolto al giocatore: vedi che la taverna è grande, fumosa, ci saranno almeno 30 persone (segue una descrizione più o meno dettagliata, anche a seconda di quello che chiede il giocatore)… Noti subito un uomo che sta sfilando lentamente delle monete d’oro dalla sacca di un tizio seduto a fianco a lui.

E ora?

Ora starà al giocatore decidere, in base al “copione” che ha creato, cosa farà il suo eroe.

Ad esempio: se il personaggio è cattivo, potrebbe fregarsene oppure aspettare il ladro fuori per minacciarlo e spartire; se è buono potrebbe intervenire (e questo per il carattere); se è un mago e vuole intervenire, potrebbe addormentare il ladro o immobilizzarlo (o incenerirlo, se è un tipo drastico…) con qualche formula; se è un combattente, minaccerà di usare la forza o tirerà fuori le armi;…

Chiarito che le sfide che i personaggi affrontano sono in genere affrontabili (e sennò si corre!), ciò che il giocatore decide di fare e ciò che il master decide di mettere in pratica è regolato dai dadi, dalla sorte.

Se il nostro eroe vorrà stendere il ladro dovrà tirare dei dadi, modificare il punteggio a seconda di quanto è esperto il suo personaggio (più si fanno avventure e più si diventa esperti…dei veterani) e vedere se riesce nell’intento; stessa cosa dovrà fare il master se decide che il ladro vuole attaccare l’eroe.

Questo vale per ogni azione che i giocatori vogliono fare nei confronti del resto del mondo, e di ogni azione che il master vuole far succedere nei confronti dei giocatori (il che vuol dire che anche i nemici possono essere sfigati e ammazzarsi da soli perché inciampano sulla propria spada, per dire).

Abbiamo un evento fornito dal master (ladro all’opera), e un protagonista che sceglie cosa fare.

La cosa bella è che i giocatori/protagonisti non sanno cosa sta per succedere; ma dall’altra parte neanche il master/gestore degli eventi sa cosa faranno gli eroi. Risultato: combinazioni infinite di storie scritte e recitate a più mani, gag assicurate, pezzi di rara tensione teatrale.

Quindi ricapitoliamo i punti forti: usi la fantasia; crei storie originali e ti diverti perché non ti limiti a immaginarle da solo ma le interpreti, e non sai mai cosa uscirà fuori o come andrà a finire; è un gioco potenzialmente infinito, perché dura finchè hai un personaggio che ti piace interpretare (se muore quello che stai interpretando o se invece vuoi provare un altro “copione” puoi sempre cambiare); dopo un certo numero di partite, ti scoprirai a commentare il tutto come se stessi parlando dei personaggi del tuo telefilm preferito (“ma hai visto che tizio si è messo con Caia, e ha sfidato Sempronio a recuperare prima di lui l’amuleto maledetto?”; “Ma alla fine com’è andata a finire la rissa col monaco pazzo?”; “Oddio ti ricordi quella ridicola vecchietta che andava a caccia del fantasma del marito con un vecchio archibugio?” -è successo, NdM-)

Il tutto alla modica cifra di… come? Mi dicono dalla regia che si potrebbe anche non pagare niente a parte la benzina usata per riunirsi e pochi euro per i dadi?

Se vi capita un master bravo tra le mani, buona partita.

postato da Mechanikwing alle ore 15:08 | link | commenti (28)
categorie: racconto, compagnia, semplicitĂ 
martedì, 20 maggio 2008

C’era una volta un bel temino…

Un po’ giorni fa ho dato un esamino.

Che carino, l’esamino! Eravamo in 7, ci avevano interrogato tutte le settimane e sembrava abbastanza semplice, le cose le sapevamo.

Arriviamo all’esame, prendiamo il foglio (era uno scritto), e aspettiamo fiduciosi la domanda.

Arriva la prof, saluti cordiali, rassicurazioni e istruzioni varie, tra cui una cosa criptica del tipo “mi raccomando, attenetevi strettamente alla domanda, non divagate”.

Ora, è difficile che ci si metta  a parlare del tempo o di come ti sono venuti buoni i biscotti quando stai rispondendo a una domanda specifica di una materia universitaria, quindi non l’abbiamo tanto capito questo avviso…

Ma noi, noi non sapevamo.

Il corso era diviso in tanti piccoli (insomma), pratici modulini, ci aspettavamo di dover dire vita morte e miracoli di un paio di questi…

Ce li ha chiesti quasi tutti. Faceva prima a chiederci “scrivi tutto quello che ho spiegato in tre mesi di lezione…”... in un’ora e mezza.

Oh my gold.

Siccome siamo piccoli e scemi iniziamo a organizzarci con tutta calma: ma che ci scrivo di introduzione, ma mettiamoci pure qualche chicca…

A un certo punto, l’assistente: “ragazzi guardate che siamo a metà”.

Folla dei 7: “de che?”

Assistente: “Del tempo…”

…tempo…empo…empo…

Folla: (scioccati. Se non sbaglio si sente un “porca troia” neanche troppo velato dall’ultima fila -cioè la seconda-).

La follia si impadronisce di noi: se potessi scegliere una colonna sonora per il nuovo ritmo dell’esame sceglierei il volo del calabrone.

Alla fine gliela facciamo tutti: la mano morta e tremante sul tavolo, una lista infinita di sentenze schiaffate su un foglio di carta, gente che non ha finito la brutta, le belle copie che fanno piuttosto pietà, forma zero...

A un certo punto uno dei 7 dice: “e il bello è che a forza di correre ancora non so che cosa ho scritto…” (della serie “Ma poi la festa di chi era?”; NdM).

Scatta la risata isterica, quella che fai con l’occhio allucinato contornato di capillari scoppiati.

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categorie: valore, the other side
mercoledì, 07 maggio 2008

The Fear Factor.

Questo pensiero inizia una sera di agosto, quando un amico, riflettendo sulla sua forma fisica non proprio slanciata, conclude ironicamente: “Certo, magro è bello; ma poi perdo il Fear Factor…”. Grazie Lord Bi, sei un genio.

Sei un genio perché ogni essere su questo mondo è alla ricerca del suo personale Fattore Paura.

Non è un pensiero complesso questo, solo una lunga serie di dati di fatto.

Gli animali si difendono dai predatori con dimensioni, veleno, colori accesi, mimetismo… e quando proprio non hanno di meglio con la cara vecchia fuga (“la miglior parte del valore” disse un tale che ora non mi viene).

I predatori li fregano con zanne/artigli di dimensioni da ridicole a spropositate, con precisione,  velocità o forza devastanti, veleno, branco.

Persino le montagne si difendevano benino da noi rompicabbasisi perché sono alte, fredde e a punta; e contro i fuoripista si difendono tutt’oggi franando sotto il culo degli sciatori ben pensanti.

Veniamo a noi, giusto per amore di conversazione.

Ci capita di avere paura di essere presi in giro, e magari facciamo i sostenuti, con un bel po’ di muscoli o delle misure da modella che non guastano per darci un perché (sulla via di un X Factor che ancora Fear non è).

Nei pub si gira in branco, vedessi mai, e non ha più senso andarsi a prendere qualcosa da soli giusto per il gusto di farlo.

Criminalità? Ma perché non armati, forcaioli o con una polizia dura da fare spavento (chi si deve vendicare forse va escluso dalla categoria, ndM).

Al solito, noi siamo i soliti megalomani. Il resto della natura ha attacco e difesa, vince o perde; e non abbiamo idea di quanto rosica un pesce palla quando scopre che gonfiarsi non gli è bastato, o come ci rimane male un serpente quando una mangusta gli fa la pelle. Ma rimangono così, senza poterci fare molto nelle brevi distanze, accettando la cosa volenti o nolenti finché qualche loro discendente non si ritroverà con un miglioramento.

Ma noi no! Perché noi abbiamo i neuroni dalla nostra, e possiamo fare le cose molto più velocemente, compreso farci male nel senso cosmico del termine: una società di complessati sempre più soggetti e indifesi al Fear Factor altrui, che cerca disperatamente il proprio Fear Factor come fosse l’unica e l’ultima certezza della vita, una sorta di àncora. E il Valore, quello di saper lottare a armi pari e faccia a faccia, quello di saper resistere alle pressioni, di saper riconoscere entrambi i lati della medaglia prima di assegnare colpe e meriti, se ne va, sostituito dalla bramosia psicotica del Fear Factor di Livello Superiore per potersene andare in giro in pace… Peccato che la pace non ha niente a che vedere con questo, come la deterrenza modello Guerra Fredda non c’entrava niente con la ricerca della stabilità dei blocchi (e infatti se mi ricordo bene finì in crisi cubana, sempre grazie alla ricerca del livello di “minaccia difensiva” superiore; molto boiata, ndM). L’idealità di questa ricerca del fear factor, il prendere spunto da situazioni gravi per creare difese che a loro volta creano situazioni ancora più gravi, è solo un modo per giustificare la ciclicità delle umane manifestazioni guerresche, direi fino a prova contraria.

E per la cronaca, per come la vedo io (è o non è il mio pulpito questo?) visto che noi siamo perfezionisti in certe cose questa “quest” porta dritti ad una porta sola, quella in fondo al corridoio con sopra scritto “Tired? Fear Factor Omega. Welcome”.

 

Consigli per la lettura: il testo di Don’t thread on me, Metallica (solo il testo e solo una volta: non è che sia una gran perla la canzone).

Consigli per il piccolo schermo: Il lato oscuro del Pianeta delle Scimmie (a proposito di Omega; film pesante e dalla fine deprimente/educativa).

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categorie: valore, the other side
mercoledì, 23 aprile 2008

Prove di volo

“Chiamami. In nome di Dio non farmi questo, chiamami”.

L’orologio non le dava requie.

Il suo ticchettio beffardo le infliggeva la singolare tortura di dover vedere la sua vita immobile mentre tutto scorreva. Guardò fuori dalla finestra, nel campo di volo: il suo Eurofighter immacolato sembrava un doloroso miraggio. Inconsciamente iniziò a contrarre i muscoli delle braccia, come faceva ogni volta che stava per impugnare la cloche del caccia prima di ogni esibizione.

Ma era immobile, disperatamente immobile. Aspettava il giudizio della commissione di volo riunita nell’altra stanza: controllo brevetti, attudinale, risultati dei vari test…

In vita sua ne aveva vissuti tanti di questi attimi di attesa snervante: la sua memoria ne era piena, ne ricordava addirittura alcuni che risalivano a quando sapeva a malapena camminare. Immobile davanti allo specchio mentre sua mamma le aggiusta i capelli prima di uscire; davanti ai professori mentre decidono il voto di una prova; davanti ai genitori del suo ragazzo mentre la osservano tranquilli (anche se a lei quello sembra uno sguardo di torva riprovazione).

Odiava essere giudicata; la faceva sentire sempre in possibile difetto, debole. Era una vita che si sentiva così, come se ogni sua mossa fosse destinata a essere giudicata dall’Alto dei Cieli, da tutti, in ogni momento: e quando le persone le rivolgevano complimenti e la ammiravano per la sua forza, per la sua dedizione incrollabile, lei non riusciva a capire.

Non capiva che, a forza di credere di avere ali di carta, le aveva allenate così tanto da farle diventare più dure dell’acciaio splendente del suo caccia. Andava avanti, sempre.

Ma rimaneva insicura: attendista, mai veramente ottimista, facile preda pensieri negativi e di ansie improvvise. Ultimamente non era stata bene, l’ansia spesso tirava fuori gli artigli e la costringeva a una dura lotta con se stessa per le cose più banali. Riusciva a mettere insieme otto ore di sonno solo in una settimana, appariva sempre scossa. Appena l’aveva vista, il medico della base se le era fatte girare a dovere e l’aveva mandata dallo specialista per un responso.

“Potenzialmente non adatta a comandare un squadriglia” era stato l’ultimo, il più doloroso aggettivo che l’uomo aveva affibbiato alla sua anima, sempre a causa della sua fottuta insicurezza.

Questo le faceva male, sembrava confermare quel lato di lei che lei detestava, e rischiava di toglierle quello che aveva di più prezioso, le ali d’acciaio del suo caccia. Non voleva altro, non le importava di altro che di poter volare. Era la sua vita.

“Chiamami, cazzo. So volare, dammene la possibilità. Non togliermi tutto per uno stupido psicologo”.

La porta si aprì, ne uscì il suo superiore e la chiamò. Lei si alzò e si mise sull’attenti.

“Riposo”. Voce stanca ma chiara, quella di lui. Lei rilassò i muscoli, cercando impedire loro di tremare.

“Allora, la questione è semplice: non è previsto che un velivolo che costa 1.2 milioni di euro finisca nelle mani di qualcuno che potrebbe rimanere paralizzato dal terrore in ogni momento”.

La rabbia fu tale che per poco non svenne; eppure rimase immobile, impietrita, come un leone che scopre di non saper ruggire.

Voleva urlare. Voleva prendere per la cravatta quel piccolo uomo grigio, sollevarlo da terra, sbatterlo al muro e urlargli che lui non capiva, che nessuno capiva. Ogni singolo volo le faceva paura e la teneva sveglia per notti intere mentre ripassava ogni manovra mille e mille volte, era vero: ma appena si calava nell’abitacolo e accendeva le turbine passava tutto, e lei finalmente, per una volta nella vita, sapeva quello che faceva; si sentiva sicura, si sentiva a casa.

Voleva esplodere, il sangue le annebbiava la vista, ma mascella rimase serrata impedendo al nodo che aveva in gola di sciogliersi in un gemito. Rimase ancora immobile per altri cinque interminabili secondi.

Poi il superiore continuò.

“Ma,”

Si aggrappò a quella singola parola come un dannato stringerebbe il braccio di Cristo nel giorno del Giudizio.

“per quanto gli psicologi siano bravi, non hanno la minima idea di cosa sia un miracolo. E se tu metti nei caccia la stessa passione che ho io, penso che l’unica cosa che ti serve per guarire sono trentacinquemila piedi tra te e il resto del mondo”. Le restituì la familiare, amata tessera magnetica.

“Ora vai lassù, e splendi. Il resto di quello che ti servirà per guarire te lo spiego quando torni. Ora muoviti.”.

Era la prima volta nella vita, che le dava gioia sapere che c’erano due occhi puntati su di lei, quelli di quell’uomo grigio che aveva maledetto sino a cinque secondi prima.

Si mise sull’attenti, poi corse via verso gli armadietti dei piloti.

Quando uscì dall’edificio fu abbagliata dal riflesso del sole sulle ali bianche del caccia; ma non le importava.

Non le importava che due piloti vedessero i suoi occhi lucidi, mentre si avvicinava alla scaletta d’imbarco.

Sorrideva. 

postato da Mechanikwing alle ore 14:05 | link | commenti (18)
categorie: valore
mercoledì, 16 aprile 2008

Bau (pausa) bau bau, bauuuuuu (pausa, pausa). Andante moderato: bau bau, ba-ba-bau…

Questa scena è vecchia di almeno qualche mese, ma postarla quando il problema è superato la rende ancora più divertente.

 

Allora, dovete sapere che ogni tanto mi prende di ascoltare musica classica. Non è per fare lo splendido che ve lo dico, in materia ignorante sono e ignorante resto; lo dico perché una volta all’anno mi piace, mi coinvolge parecchio e certe cose che sento non sono per niente noiose, anzi quasi nessuna finora.

Insomma l’altro giorno stavo ascoltando qualcosa del genere, e stavo proprio pensando che non è male cambiare genere ogni tanto, che pure ‘sta gente che strimpell è bravina… quando all’improvviso il cane della gentile signora del piano di sotto decide di aggiungere il suo abbaiare (intonatissimo, per carità) a un coro di 120 cantori professionisti che in perfetta armonia stanno sfidando Dio a scendere e a fare meglio di loro.

Non male, ha sbagliato giusto l’entrata, se attaccava insieme agli archi qualche secondo dopo gli avrei messo addosso il frac a ‘sto cane benedetto e l’avrei spedito al conservatorio.

Insomma, mi sono girato storto e fanculo m’è passata la voglia di ascoltare musica classica; e conoscendomi se ne riparlerà esattamente alla fine della prossima legislatura (va bene che in Italia siamo avvantaggiati visto che cascano spesso i governi, ma è comunque tanto).

Morale: ci sono dei momenti giusti per fare certe cose, e a rovinarli spesso ci vuole poco perché sono talmente carichi di aspettative che sono abbastanza precari.

Voi infedeli direte: e che sarà mai, per un cane su una canzone. Spiego.

In genere sto ben attento a non caricarmi mai di aspettative così tanto da rendere un momento così fragile che può essere rovinato anche da una foglia che cade, e quindi in genere non me ne frega una beata mazza del cane che abbaia o di qualche altra stupidata simile (anzi, certe volte possono deragliarmi i treni accanto e il mio umore non ne risente)… Ma ogni tanto le aspettative si accumulano da sole senza che tu possa farci niente, e quando vengono sputtanate apriti cielo.

Nel caso specifico: dopo una giornata passata nel più perfetto silenzio a studiare dalla mattina alla sera sui libri, roba che parevo un monaco camaldolese; dopo che il cellulare è rimasto inerte per 18h e nessuno mi ha rivolto la parola da colazione a cena perché tutti erano fuori casa; dopo che il riassunto della materia che sto studiando si rifiuta di farsi scrivere più in fretta di una pagina ogni ora… dopo tutto questo, ho scoperto che chiudere gli occhi e ascoltare qualcosa che non fosse una lezione preregistrata sarebbe stato il momento migliore della giornata (e non ci voleva molto visto il resto della giornata, no?) e quindi visto che mi andava di ascoltare qualcosa ho cercato di godermelo fino in fondo come si fa con i momenti perfetti: prendo merendine e succhi di frutta, mi piazzo sul divano, mi sistemo i cuscini, azzitto il cellulare, stacco il telefono e vai col play.

Le premesse ci sono tutte, mi sto rilassando e me la godo; ancora un po’ e posso tornare a studiare.

Niente    Da      Fare.

Prima attacca il cagnaccio Mozart (Beethoven vi sta più simpatico? Va bene, Beethoven.). Poi parte la lavatrice dei vicini, che sta perfettamente attaccata alla parete della camera da letto e fa il casino ritmico tipico di un martellatore Fremen. Poi parte l’ascensore. E sopra l’ascensore ci stanno i miei, che tornano a infestare legittimamente casa in uno dei rarissimi momenti in 22 anni in cui li avrei voluti gentilmente fuori dalle palle.

Insomma, ho capito tante cose in quei dieci secondi di lutto in memoria del momento perfetto nato morto, rovinato da tutti ma per colpa di nessuno: che ascoltare la musica classica in un condominio con 56 famiglie lo puoi fare, ma sperare di farlo in santa pace…beh lì tocca essere scemi; che non me ne fregava niente manco della musica classica in realtà, è che era uno dei momenti in cui tutto doveva filare liscio e invece cotica; e infine che, tutte le volte che uno si vede guastare i suoi piccoli momenti quotidiani in cui il cosmo deve stare allineato sennò poi ti gira male, te lo devi pure tenere per te perché certi momenti di cattivo umore non hanno una giustificazione plausibile e tu lo sai. Anche se ce li hai e te li tieni.

 

P.S. Sento anche tremare la parete, adesso: magari la lavatrice Fremen ha richiamato all’appartamento accanto un vermone delle sabbie lungo un chilometro. Questo sarebbe un bel momento perfetto che mi metterebbe di buon umore (prima di crepare), uno Shai Hulud o come cazzo si chiama lui con la bocca piena di schiuma, Bio Shout e calzini mezzi lavati.

Ahimè, scusa mondo. Difficile che tu possa sapere quali sono i miei momenti perfetti che dovresti avere la cortesia di non rovinare, quindi non posso realmente prendermela con te. Solo, già che ci sei cerca comunque di essere un filino più premuroso quando mi passi accanto.

postato da Mechanikwing alle ore 22:51 | link | commenti (16)
categorie: the other side
mercoledì, 09 aprile 2008

Le canzoni sono come i pugni.

Bruce Lee diceva: chi non fa arti marziali, pensa che un pugno è solo un pugno. Chi ha iniziato da poco, pensa che un pugno è un’arma letale di cui scoprire gli innumerevoli segreti. Chi fa arti marziali da molto tempo, sa che un pugno è solo un pugno (una cosa del genere, NdM).

Le canzoni, e ogni discorso o singola parola, hanno in sé lo stesso terribile difetto congenito.

1. Le ascolti e all’inizio potresti dare loro un peso molto relativo, generalmente poco eclatante; magari le snobbi.

2. Poi ripensi alle cose, e con un po’ di tempo a disposizione potresti riuscire a trovare un profondo significato filosofico anche alle scritte stampate sulla carta dei panini del Mac Donald’s (c’è gente che il punto 1 lo salta a piè pari, “folgorata” al primo contatto).

3. In un altro momento successivo, ti accorgi che in fondo il significato è qualcosa di molto più semplice di quello che avevi pensato; o magari che, semplicemente, la canzone non ti piace o che di quel discorso non ti importa poi più di tanto. Da notare che il punto 1 e il 3 sono sostanzialmente identici quanto a conseguenze pratiche (archivi il tutto). 

Ovviamente il dubbio cosmico è: chi ha ragione? Quelli che “in fondo perché rompersi la testa, non sembra niente di che” oppure quelli che “frasi così profonde e cariche di significato, per quanto sembrino banali, non ne avevo mai sentite; meno male che ci ho pensato su per dieci ore di fila!”?

Come per ogni cosa, nessuno ha la verità a portata di mano, ognuno fa un po’ come gli pare cercando di fare la cosa giusta, e ognuna delle due strade può portare spesso a sviste cosmiche degne delle migliori prese per il culo: chi scarta una certa canzone perché banale potrebbe scoprire il giorno dopo che è stata proposta per il nobel per la pace; mentre chi tende a fare troppa dietrologia potrebbe dedurre cose importantissime del cosmo o di una persona semplicemente dal tono delle parole (e magari chi parla ha solo chiesto “mi passi il sale”).

Insomma ce n’è per tutti i gusti.

Io per le canzoni e per le parole in genere appartengo alla categoria 1, molte volte sono superficiale perché amo la superficie. Pare complicato magari, ma è semplice: non mi va di lasciarmi trasportare in potenziali mondi infiniti ogni volta che sento qualcosa, e visto che i miei neuroni spesso non chiedono di meglio che lanciarsi in elucubrazioni suicide meglio tenerli a bada e godersi la vita. Anche perché, banali o profonde che siano/sembrino, certe cose riescono a toccare il mio stato d’animo in maniera inaspettata e del tutto sconcertante; quindi cerco di assumere tutto in piccole dosi, cercando sempre di rimanere non troppo lontano dalla superficie.

Così, giusto per evitare troppe pippe mentali…

postato da Mechanikwing alle ore 15:10 | link | commenti (19)
categorie: semplicitĂ 
mercoledì, 02 aprile 2008

Patologie visive di sistema.

Intanto bentrovati! Forse questo post vi darà anche un’idea dei motivi per cui sono mancato, anche se qui inquadro solo il tempo speso in modo non soddisfacente (il tempo speso per cose belle c’è stato, ma c’è poco da rimuginarsi sopra, solo bei ricordi e qualche sospiro).

Avvertenze: 1) Anche se non sembra, questo post è molto ottimista. 2) Quando si parla di riflessioni di vasto raggio come queste, il “salvo eccezioni” è d’obbligo.

 

Quando studi, sai perfettamente cosa vuoi fare nella vita: altro.

Quando inizi a lavorare più o meno grazie a quello che hai studiato, sai che finalmente che puoi fare “altro”. Hai il tuo trampolino di partenza, la tua roccia sulla quale puoi costruire tutti i tuoi progetti riguardanti “quell’ “altro” che ti renderà felice nei limiti del possibile.

Dopo qualche anno di sacrifici sul posto di lavoro (gli anni passati a scuola non li calcolo tra i sacrifici perchè non sono del tutto nichilista, ma sono convinto che la scuola serva anche per la persona e non solo per il lavoro), puoi effettivamente fare “altro”.

Non fai un cazzo.

Anzi, riversi nel lavoro le tue scarse energie residue, fai dipendere da esso i tuoi migliori travasi di bile e le tue soddisfazioni più grosse.

Questo è più o meno lo stereotipo dell’uomo medio: e anche se ancora sto al punto 1, ovvero studio pensando ad “altro”, ce l’ho perfettamente presente grazie a diverse fonti.

Prima, la (poca) esperienza diretta: la mia vita è più o meno (ultimamente meno, anche se non si direbbe da queste parti date le assenze...) organizzata in funzione dell’università; il resto si incastra di conseguenza; quando il resto semplicemente non può incastrarsi con l’università e questa domina la mia vita per periodi più o meno lunghi, rosico a morte. Inoltre spesso l’impegno universitario è stato una sorta di coperta di Linus: uno scopo/sostegno; una distrazione necessaria per impedirmi di pensare ad altri progetti; una scappatoia/via di fuga da agitazioni mentali inaspettate.

Seconda, la tv. Vengono girati e mandati in onda film carinissimi come Cambia la tua vita con un click o The family man: mentre li guardi pensi che il messaggio che ti mandano, ovvero prima la felicità tua e dei tuoi cari e poi il resto, è una cosa così logica che non ci sarebbe bisogno di dirla. Poi rifletti e capisci che c’è bisogno di dirla perché il mondo va esattamente contro a questa logica, tanto che essa rimane poco più che un miraggio o un buon proposito subnatalizio. E allora ci rimani un po’ male, magari ti commuovi un po’.

Terza, gli adulti che lavorano. La gente intorno a me nella maggior parte dei casi subisce il sistema: impegni per un totale di 8-10 ore al giorno, e questo lo capisco perché sono necessari; via altre 8h per dedicarle al sonno, e fin qui ancora tutto bene; nelle 4-6 che rimangono per “altro”, entrano in coma vigile rimuginando per metà del tempo sugli impegni passati e l’altra metà su quelli del giorno successivo. Fine.

Spezziamo subito una lancia a favore nostro, ovvero a favore della gente comune: non è che siamo tutti cretini che rinunciamo così facilmente al nostro piacere, perché il maggior danno è dato dall’impossibilità oggettiva di incastrare il tempo diversamente.

Tuttavia, il sistema ha un altro effetto collaterale molto più subdolo e letale: quasi senza che tu te ne accorga, ti priva pian piano della voglia di inseguire il tuo piacere; e qui cascano in moltissimi. Solo in questo periodo in cui ho finalmente capito che cosa vuol dire felicità, inizio a rendermi conto di quanto è facile perderla di vista ed accontentarsi di suoi surrogati, elevandoli a una potenza ennesima che non hanno.

Ecco la svista: a causa di limiti oggettivi e soggettivi dell’uomo e del suo sistema, vedo gente che costantemente e spesso del tutto inconsciamente inizia a confondere piccole o le grandi soddisfazioni con la felicità vera. Il mezzo diventa pian piano il fine; la Gioia è un ricordo che rende piuttosto acidi e stanchi; la roccia sulla quale costruire la casa diventa l’unica cosa sicura, e fanculo la casa che doveva starci sopra.

Perché tutto questo? Secondo me perché siamo bravi a fare di necessità virtù, sia nel bene che nel male, e quindi…

Quindi, i genitori devono insegnarti in tutti i modi che il cazzeggio e i momenti di vita non programmata/non compatibile con l’Impegno Primario sono Il Male, perché sono attanagliati dalla giusta paura che un domani quando non ci saranno più, tu non ti sappia reggere in piedi da solo.

Quindi, tutti ci rompono così tanto l’anima da quando avevamo 3 anni e mezzo sul fatto che bisogna farsi il mazzo per avere un lavoro, che diventa naturale affezionarsi al risultato, perché è un modo (molto sindrome di Norimberga) per dare un senso a ciò per cui si suda.

Quindi, si sopporta strepitando il lavoro-macigno, ma ci si aggrappa come cozze al lavoro-scoglio per evitare i rischi di qualsiasi natura non professionale: siano essi vuoti sentimentali, sia l’impegno di organizzare qualcosa di nuovo.

In breve, ci facciamo bastare più o meno rassegnati ciò che dobbiamo fare per forza, trasformando un “io devo farcela” in “io posso farcela”; che più spesso, nei momenti di maggior bisogno di sicurezza, diventa “io voglio”…essere un ottimo lavoratore, e nient’altro. O giù di lì.

Ovvio che il lavoro può piacere, appassionare, addirittura essere la ragione di vita di ciò che uno fa: e grazie a dio sono più di quello che sembra le persone che possono permettersi di stare 8h al giorno col sorriso nel cuore per ciò che stanno facendo, anche se anche loro devono stare attenti (ma per il motivo opposto) a non cedere tutto al lavoro.

L’unico lato positivo, è che questo circolo vizioso può essere rotto in ogni momento; il lato negativo, è che in teoria ci siamo tutti dentro.

Ci vuole disciplina e volontà anche qui, perché cercare la propria felicità è un obiettivo vero e proprio da perseguire con impegno e costanza, non solo una coincidenza destinata a pochi fortunati; il problema è che se uno si spara tutta la sua determinazione per un traguardo solo, è chiaro che poi non gliela fa più a occuparsi del resto…

Mancanza di disciplina e volontà applicati alla propria felicità, ecco uno dei i problemi principali della società che si può, ancora, permettere di pensare a come vivere meglio piuttosto che a sopravvivere: infatti so bene che questi ragionamenti, in altre parti del mondo, sono del tutto blasfemi, sarei scemo a pensare che sia il problema più grave che c’è.

 

 
postato da Mechanikwing alle ore 16:21 | link | commenti (20)
categorie: valore